Stop violenze!
Dall’inizio della pandemia in Italia si è verificato un aumento improponibile di femminicidi. Si contano almeno due vittime ogni 14 giorni dall’inizio di quest’anno. Il 7 febbraio Piera Napoli e Luljera Heshta, il 22 dello stesso mese Rossella Placati e Deborah Saltori sono state uccise ferocemente da conviventi, mariti o ex mariti. Nelle stesse giornate, due donne perdono la vita per mano di assassini con cui un tempo hanno creato una famiglia, una convivenza e donato il proprio amore. Scioccante è stato l’assassinio di Roberta Siragusa di 17 anni, picchiata, bruciata e buttata in un dirupo dal suo fidanzato diciannovenne. Sono solo alcuni degli episodi che fanno rabbrividire in cui le condizioni, a volte di sopportazione a cui le donne maltrattate sono costrette a vivere a causa della violenza psicologica che impone quella fisica ed è vergognoso il sistema evidentemente carente di organizzazione che non riesce mai ad aiutare del tutto queste donne ad uscire dal tunnel in cui si ritrovano. Quanti casi di stalking e sfregio con l’acido, verso donne e uomini, potrebbero prevenirsi se ci fosse un supporto psicologico e un sistema operativo tempestivo, ben delineato in grado di seguire ogni percorso per far sì che il volto di nessuno sia segnato per tutta la vita dalla sofferenza provata in un terribile passato con la brutalità di questi maltrattamenti volti a martoriare ciò che rende belli e vivi. Secondo i dati dell’istat: Il 31,5% delle 16-70enni (6 milioni 788 mila) ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale: il 20,2% (4 milioni 353 mila) ha subìto violenza fisica, il 21% (4 milioni 520 mila) violenza sessuale, il 5,4% (1 milione 157 mila) le forme più gravi della violenza sessuale come lo stupro (652 mila) e il tentato stupro (746 mila). Lo stupro, di cui negli ultimi anni si è sentito spesso parlare a seguito di denunce verso famosi registi come Fausto Brizzi e Harvey Weinstein, spesso non è preso in considerazione con il peso giusto. L’opinione pubblica talvolta tende a puntare il dito contro donne che non riescono a denunciare subito dopo aver subito violenze, oppure ci si accanisce contro ragazze che non sono state in grado di difendersi in un contesto di molestia o di stupro o sul loro abbigliamento in quel momento. Questo fa rabbia non solo perché la vittima viene denigrata e additata come fragile, ma anche perché si volge a giustificare la figura dello stupratore. Certo è che le donne violentate non hanno bisogno di circondarsi di sguardi rattristiti o di pietà, hanno bisogno di tramutare la paura in coraggio e il dolore in forza di vivere. A questo proposito nelle ultime settimane si è parlato del caso di Ciro Grillo accusato, assieme ad altri suoi amici, di stupro. La polemica mediatica non si è concentrata tanto sull’accaduto quanto sul video fatto da Beppe Grillo, padre del ragazzo nonché fondatore del m5s, in cui in maniera scelerata con toni poco consoni e alterati, grida l’innocenza del figlio difendendolo da tali accuse. Inoltre, fa passare le accuse della ragazza diciannovenne infondate solo perché ha denunciato dopo una settimana dall’accaduto ritenendo invece che se lo stupro fosse realmente accaduto, avrebbe denunciato prima. Noi dei Giovani Democratici di San Nicandro G. prendiamo le assolute distanze da quanto dichiarato da Grillo. Siamo e saremo sempre dalla parte della giustizia e della verità. E saremo sempre dalla parte delle donne vittime di violenze e maltrattamenti e contro le violenze di ogni genere.
Ormai siamo tutti abituati ad ascoltare le notizie delle brutali sorti di queste donne, nel nostro piccolo dobbiamo continuare a batterci, a parlare a gran voce di questo problema e ad aiutare chi ci sta accanto che vive situazioni di disagio. Non dobbiamo smettere mai di credere che tutti questi soprusi e femminicidi saranno contrastati nel migliore dei modi e con le pene più giuste. Combattiamo per la fine di queste violenze. 
                                                          A cura di Dalia Cendamo
                            

 

Perchè la legge Zan non è da temere: solo i colpevoli hanno paura del codice penale
Era il 2 maggio 2018 quando per la prima volta la il DDL recante “Modifiche agli articoli 604-bis e 604-ter del Codice Penale, in materia di violenza o discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere", veniva presentato in Camera dei Deputati. Da quel momento sarebbe stata conosciuta come legge Zan (dal nome del relatore Alessandro Zan) e avrebbe causato non pochi problemi in un’Italia che su temi sensibili e urgenti, come al solito, si divide. Era già successo con la legge modificante il Codice Penale e il Codice di Procedura Penale che introduceva il “revenge porn” come fattispecie delittuosa ed è successo centinaia di volte che la politica non si schierasse dal lato della protezione delle vittime, facendo sembrare di avere altro a cui pensare. 

Qual è il problema vero della Legge Zan? In realtà non si è ben capito. Da un lato della curva da stadio, la destra conservatrice teme una limitazione della propria libertà di espressione. Dal lato opposto dell’arena, i progressisti e i liberali spingono perché finalmente si giunga a smettere con le discriminazioni sulla base del genere, dell’orientamento sessuale ed oltre. Qual è la realtà scomoda che pochi dicono? Che entrambi si sbagliano. La Legge Zan non ha questa finalità. Partiamo dall’articolo 604-ter cp, rubricato: “Circostanza aggravante”. Esso si occupa appunto di introdurre una circostanza aggravante per i reati dolosi, puniti con una pena diversa dall’ergastolo, che abbiano come movente la discriminazione razziale o religiosa. Ai moventi di odio razziale o religioso si andrebbero ad aggiungere la discriminazione di genere, di orientamento sessuale. Sarebbe il caso ora di tornare alle due curve da stadio per spiegarci: cosa cambia? Per la curva a destra: nulla, a meno che non si abbia intenzione di commettere un reato, reati che ricordiamo sono già puniti dal Codice Penale italiano. Per la curva a sinistra: nulla, perché i reati erano appunto già puniti dal Codice Penale, la previsione di una circostanza aggravante aumenta solo la pena. 

 Veniamo ora al vero problema: l’articolo 604-bis cp, attualmente rubricato: “Propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa”, questo prevede al primo comma (lett. A) la pena per la propaganda circa idee di odio o superiorità o discriminazione fondate su dati motivi; sempre al primo comma (lett.B) sull’incitamento ad atti di violenza fondati su dati motivi.  Ad entrambe le lettere del primo comma, nonché al secondo comma e alla rubrica stessa, sono aggiunte la discriminazione di genere e di orientamento sessuale. Cos’è che crea problemi intorno a questa fattispecie? Il conflitto con la libertà di espressione è la risposta più opportuna. Bisognerebbe quindi analizzare: da un lato come si risolvono i conflitti fra diritti fondamentali contrastanti e dall’altro porsi una domanda: lo stesso articolo 604-bis è stato inserito nel Codice solo nel 2018, introducendo le norme avverso la propaganda discriminatoria razziale e religiosa, perché non è successo anche per le discriminazioni di genere e di orientamento sessuale? Spiegare in termini propri come si risolvano i conflitti fra diritti contrastanti necessiterebbe di una lunga e noiosissima trattazione manualistica, ci bastino a tal fine le parole del Presidente della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo: “la differenza di trattamento è discriminatoria se non ha una obiettiva e ragionevole giustificazione; in altre parole, se non persegue uno scopo legittimo o se non esiste un ragionevole rapporto di proporzionalità tra i mezzi impiegati e l'obiettivo perseguito”. Non temete quindi per la vostra libertà di espressione, questo tipo di conflitti sono stati risolti, da secoli, da studiosi molto più esperti di voi. 

Da ultimo, soffermiamoci un attimo sulla questione: è necessaria una Legge Zan? Così come le discriminazioni razziali non sono cessate l’indomani della approvazione dell’art. 604-bis, non cesseranno quelle basate su genere o orientamento sessuale. Tuttavia, mi sento di dire che ci sono almeno due ragioni essenziali per cui la Legge Zan è necessaria: in prima istanza, perché è necessario che sia data ai giudici la possibilità di fare chiarezza, applicando la norma e costruendo quei precedenti necessari a rendere quanto mai chiari i confini della propaganda discriminatoria. In secondo luogo, con maggiore importanza, è una enorme incongruenza che in un uno stato di diritto previsioni del genere siano assenti e che ciò continui a restare immutato, nel silenzio e nei giochi politici. In pieno contrasto con la CEDU; con le posizioni del Parlamento Europeo; ma soprattutto, con lo spirito dell’art.3 della Nostra Costituzione, che impone l’eguaglianza sostanziale e conferisce allo Stato “il compito di rimuovere gli ostacoli, che limitano di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini”. Nel 1947 la Costituente l’aveva già capito, noi quanto ci mettiamo? 
                                                                  A cura di Irene Indino


Perchè parlare di aborto fa tanta paura?

Perché parlare di aborto è sempre un argomento delicato? Dare una risposta a questa domanda non è semplice. Uno dei motivi fondamentali è che entra in un terreno non scientifico: l’etica. Si tratta di quell’insieme di valori (religiosi, morali, personali), che distinguono e veicolano le scelte dell’individuo. Proprio per questa grande intimità è sempre difficile discutere di problemi etici, quando si parla di definire la vita bisogna sempre ricordarsi che tutto il mondo ha facce diverse: quella che noi vediamo, quella che vedono gli altri e altri mille punti di vista.

Andiamo per ordine. In Italia, inquadriamo l’interruzione volontaria di gravidanza nella legge 194/1978, che legalizza l’aborto e lo rende un diritto della donna, entro il limite dei tre mesi dalla data di concepimento. Prima del 1978, lo scenario in Italia non era dei migliori. L’inesistenza di una legge sull’aborto non limitava la pratica, che avveniva in casa, spesso eseguita da altre donne inesperte e con strumenti pericolosi ed infettivi. Solo decenni di lotte hanno portato ad un compromesso sulla tematica: l’interruzione volontaria di gravidanza si può fare, entro i tre mesi dal concepimento, in struttura ospedaliera, oggi anche a mezzo di aborto farmacologico. Perché la legge 194 sia stata una conquista appare chiaro se si riflette sul fatto che: legalizzare, significa prima di tutto regolamentare, porre i nodi della società innanzi ad uno scrutinio equilibrato, sottrarli all’illegalità, alla clandestinità, in molti casi alla criminalità. Ed è questo ciò che è accaduto nel 1978, si è posta sotto questa lente una categoria sociale, quella femminile, lasciata indietro negli anni precedenti.

Perché allora sorgono problemi sulla legge 194? Come si diceva prima, una questione etica non può non portare problemi, bisogna quindi accettarla così com’è, senza illudersi di una conversione sociale che ci porti tutti allo stesso livello di pensiero. Nella pratica potrebbe rendersi con la frase “io non lo farei mai ma, rispettando la tua libertà, non impedirò a te di farlo”. Questa pace fittizia è forse il miglior compromesso a cui si possa arrivare, tentando per un verso di conciliare posizioni inevitabilmente contrastanti, per altro verso di non scivolare nell’assoluto relativismo etico. La maternità per molti è giustamente un momento emozionante, forse il più emozionante, della vita. Per molti altri potrebbe tradursi nel più grande calvario della vita: vedere il proprio corpo che cambia, spesso per sempre, non da’ a tutti la stessa gioia. Accogliere una nuova vita, non è sempre per tutti un desiderio.

Come lavorano insieme etica e diritto? La risposta più immediata sarebbe: non lo fanno. Etica e diritto per loro natura viaggiano su due binari opposti. Non hanno quel punto d’incontro che ci porterebbe ad una utopica soluzione dei conflitti sociali. Il diritto positivo è libero dall’etica, proprio in virtù di quella grande intimità di cui discutevamo prima, se così non fosse, il temutissimo pensiero unico ci piomberebbe addosso rumorosamente e nulla potremmo dire per dolercene.

Cosa si può fare allora, concretamente? Non intervenire per limitare il diritto. Proibire, non è mai stata una soluzione adatta e la storia lo dimostra. La soluzione più banale potrebbe essere l’educazione. L’educazione sessuale nelle scuole è un tema altrettanto dibattuto, ma i suoi benefici sono indiscussi. Nella maggior parte degli Stati membri dell’Unione Europea questa materia è obbligatoria (in Germania dal 1968, in Danimarca, Finlandia e Austria dal 1970, in Francia dal 1998). Il Regno Unito si è aggiunto a questi un paio di anni fa. Educare alla sessualità favorisce un rapporto piacevole con il proprio corpo; previene malattie sessualmente trasmissibili ed ovviamente le gravidanze indesiderate. Dagli anni ’70, l’educazione sessuale nelle scuole è stata oggetto di oltre 300 atti parlamentari (risoluzioni; interpellanze e interrogazioni), eppure le luci si spengono sempre su questi temi, che sono stati bollati come “teoria gender” e chiusi in un recinto di sproloqui senza cognizione di causa. 

Ad oggi, l’unica alternativa ai conflitti sul tema dell’interruzione di gravidanza è respinta da buona parte degli italiani. Che preferiscono il fazionismo “pro-life” e “pro-choice”. I giovani nel mentre non possono altro che auspicare, che si lasci la tifoseria da stadio, per camminare verso la civiltà almeno una volta.
                                                                    A cura di Irene Indino

Il ricordo delle Foibe

Il giorno del ricordo: cosa insegna davvero?

Gli eccidi delle foibe chiudono uno dei capitoli più neri della storia contemporanea. Fra il 1943 e il 1945 migliaia di persone furono uccise nella follia dell’OZNA e dei partigiani jugoslavi, altre migliaia furono costrette all’esodo.

Nel giorno del ricordo la storia ci insegna, che il pensiero punitivo e le ideologie estreme sono fonte di dolore e mai di sviluppo; che questo giorno sia l’occasione di ricordare che ciò che unisce le ideologie è il rifiuto di chi è diverso e la cieca sete di vendetta. Nel 2016 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella diceva: "La storia e la memoria comune possono fornire un grande aiuto per guardare al futuro e per scacciare dal destino dei nostri figli ogni pulizia etnica e ogni odio razziale". Questo clima di collaborazione anima anche oggi la nostra celebrazione. In questi tempi in cui la pace aleggia, ancora instabile, davanti agli occhi del mondo, ci proponiamo: mai più violenze sulla pelle di nessuno. E dunque il pensiero corre alle odierne lotte intestine che violentano la politica, trasformando l’avversario in nemico, svilendo la dialettica della democrazia. Mai come oggi ci ricorderemo, il primato dell’essere umano su ogni colore, etnia, religione, fazione politica. Sperando sempre quindi che ciò che unisce gli italiani sia più forte di ciò che li divide, auspichiamo anche che mai saremo più uniti nell’odio, nella violenza e nella vendetta.

Oggi ci uniamo nel ricordo di tutti gli italiani sterminati: nei campi di concentramento nazifascisti e nella follia dei massacri delle foibe.

 In memoria di: 
Di Leo Nicandro 1916 - 1945
Grana Vincenzo 1885 - 1944
Grana Saverio 1924 - 1944

                                                                  A cura di Irene Indino                                                                                            


Sapere è potere!

L'8 Febbraio 2021 abbiamo organizzato un incontro svoltosi nei limiti delle norme Anti-Covid presso il "Circolo PD E. Berlinguer" in piazza E. Fioritto. Si è discusso su alcune nozioni storiche del Partito Democratico e sulla fondazione della FGC. L'esposizione degli ideali di uguaglianza ha occupato la maggior parte della discussione e non sono mancati aneddoti e ricordi da parte di alcuni ex componenti della FGC di San Nicandro Garganico. Al termine siamo stati molto entusiasti ed affascinati da ciò che si è detto ed è stato un momento di ritrovo ma, soprattutto un momento di crescita. Questa è stata solo la prima di una lunga serie di iniziative culturali. Non vediamo l'ora di incontrarci ancora per imparare sempre di più e confrontarci.